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Le informazioni degli ultimi giorni dal territorio siriano ci raccontano ancora di decine e centinaia di morti. Secondo il Presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, Nassir Abdulaziz al-Nasser, in poco più di un anno lo scontro tra forze governative e ribelli ha causato più di 8.000 vittime, tra le quali in maggioranza civili e in particolare donne e bambini. L’opposizione siriana parla invece di più di 9.000 morti. L’altro ieri, dalle agenzie di stampa di tutto il mondo, è stata diffusa la notizia che nella città di Homs, nella Siria centrale, sono stati ritrovati i corpi di almeno 51 civili. Addirittura sono stati diffusi nel web dei video in cui mostravano i corpi sgozzati ammassati di una decina di bambini. La totalità dei giornali italiani parla di “vittime civili della repressione del regime”,  di “strage” e di “carneficina”, di “orribile massacro”, ma raramente precisano chi sia la fonte, chi siano le vittime, come si chiamassero, chi sia stato ad ucciderle e in quali circostanze. Riportare una notizia sulla situazione siriana è oramai diventato un limitarsi a uno squallido e freddo conteggio delle vittime, come se si stesse parlando di numeri che servono a una cinquina o a una tombola. E invece sono persone, morte, con nomi e cognomi.

La giornalista e analista politica esperta di Medio oriente Sharmine Narwani, ha studiato le “liste dei morti” (dei feriti non ne parla), ponendosi varie domande in “Questioning the Syrian ‘Casualty List’”. Premettendo che il governo stesso ha ammesso errori e violenze nei primi mesi della protesta, Narwani si chiede come fanno i vari “attivisti” (dell’opposizione) che sono la fonte dei media e dell’Onu a verificare ogni giorno le morti, nel bel mezzo di un conflitto? Sempre Narwani ricorda che un membro di una squadra libanese di accertamento dei fatti, che investigava sui morti dei manifestanti palestinesi del 15 maggio 2011, colpiti dagli israeliani lungo la frontiera libanese, le disse che ci vollero tre settimane per scoprire che vi furono solo sei morti, e non gli 11, contati il giorno dell’incidente. E in quel caso – a differenza di ciò che accade quotidianamente in Siria – l’intero confronto durò solo poche ore.

E poi i morti, sono stati colpiti deliberatamente? E, si chiede Narwani, “sono tutti civili? E sono civili anti o pro regime? E nelle liste sono compresi i quasi duemila morti delle forze dell’ordine? Poiché nella conta quotidiana ultimamente appaiono due categorie: civili, e forze dell’ordine, dove sono gli uccisi fra gli armati? Vengono forse assimilati ai civili?”.

Narwani ha cercato delle risposte a tutte queste domande e lo ha fatto servendosi della fonte che le  sembrava più affidabile: l’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani (OHCHR). Ma l’organo dell’Onu le comunicò che non poteva fare il controllo dei nomi che vengono forniti dalle “fonti”. La reporter riuscì comunque ad accedere ad una lista nominativa di “vittime della repressione”, trovando all’interno nomi di noti esponenti pro regime e soprattutto nomi di palestinesi uccisi da Israele sulle alture del Golan il 15 maggio 2011. Vittime che nulla avevano a che fare con il conflitto siriano. E sulla richiesta da parte della Narwani di sapere il numero dei morti, a fine febbraio scorso, l’Onu le rispose che il mese prima avevano smesso di tenere il conto e che il conteggio delle vittime si sarebbe basato principalmente su elenchi forniti da cinque diverse fonti. Tre delle quali erano nominate: Il Centro di Documentazione sulle Violazioni (VDC), l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), e il sito siriano Shuhada. A quel tempo, le liste variavano nel numero da 2.400 a circa 3.800 vittime, ci informa la reporter. 1.400 vittime di differenza (non proprio pochissime). E tra le fonti, quella che sosteneva il più alto numero di decessi è SOHR, la lista non-Onu di vittime citata più spesso nei media generali e l’unica riconosciuta da Amnesty International. Per intenderci, quella a cui la Reuters fa maggiore riferimento.

L’altra fonte dei media e dell’Onu sono i comitati di coordinamento locale, i quali riforniscono con le loro cifre il Centro di documentazione sulle violazioni (Vdc). La statistica del Vdc entrata nell’ultimo rapporto dell’Onu, di pochi giorni fa, parla di “6.399 civili e 1.680 disertori uccisi” fra il 15 marzo 2011 e il 15 febbraio 2012. Marinella Correggia, giornalista del Manifesto, riguardo a questi dati si chiede: “tutti i membri delle forze di sicurezza uccisi erano disertori? Nessun soldato, per il Vdc, è stato ucciso dall’opposizione armata, tranne quelli passati contro il regime, che verrebbero trucidati dai commilitoni?”

Dubbi, questi sollevati dalla Correggia, avvalorati dal rapporto (occultato dai media) degli osservatori della Lega Araba, che testimonia che ci sono stati atti di violenza da parte dell’opposizione armata contro civili e militari e che i media hanno esagerato la natura degli incidenti e il numero delle persone uccise in incidenti e proteste in alcune città.

“Sulle vittime militari, il governo dà ampia pubblicità ai nomi e all’origine dei soldati uccisi trasmettendo in TV i funerali, mentre l’opposizione non fornisce i nomi dei presunti disertori che elenca fra le vittime”. A sostenere questo è Nir Rosen, un giornalista americano che ha trascorso diversi mesi nei punti caldi della Siria nel 2011, con ampio accesso ai gruppi armati di opposizione, il quale in una recente intervista ad Al Jazeera ha riferito: “Ogni giorno l’opposizione dà un numero di vittime, di solito senza alcuna spiegazione sulla causa delle morti. Molti degli uccisi sono infatti combattenti morti dell’opposizione, ma la causa della loro morte viene nascosta e sono descritti nei report come civili innocenti uccisi dalle forze di sicurezza, come se fossero tutti solo a protestare oppure seduti nelle loro case. Naturalmente, queste morti avvengono ancora regolarmente. E, ogni giorno, anche membri dell’esercito siriano, delle agenzie di sicurezza, di indefinibili paramilitari e milizie, conosciuti come shabiha [“teppisti”] sono uccisi da combattenti anti-regime.

Riguardo alle identità delle vittime, il portavoce dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR), Rupert Colville ha dichiarato che “le Nazioni Unite non sono in grado di fare un controllo incrociato dei nomi e non saranno mai in grado di farlo.” E sulla decisione di interrompere il conteggio delle vittime a fine gennaio ha aggiunto: “Non è mai stato facile fare una verifica. Prima era un po’ più chiaro, ora invece, la composizione del conflitto è cambiata. E’ diventato molto più complesso, frammentato. Risulta davvero difficile quantificare le vittime“.

E se difficile è quantificare le vittime, altrettanto difficile è riconoscere la composizione delle forze ribelli che combattono contro i lealisti. Nell’edizione di Sabato 17 Dicembre 2011 del quotidiano monarchico spagnolo Abc, Daniel Irarte, un reporter vicino all’Asl (esercito libero siriano) che ha preso la causa della “rivoluzione” e non trova mai parole abbastanza forti contro il “regime al-Assad“, confida di aver assistito a un episodio che l’ha scioccato: si trovò in un nascondiglio di ribelli con tre libici. Nell’articolo, il giornalista spagnolo fa nomi e cognomi dei tre libici, i quali vengono identificati come appartenenti ad al-Qaida. Qualche giorno fa, invece,  la magistratura francese ha fatto sapere che ha aperto un’indagine su alcuni cittadini francesi di origine algerina, i quali insieme a marocchini, tunisini ed algerini, starebbero combattendo in Siria, contro l’esercito, inseriti nei ranghi di al-Qaida. E sul ruolo della Francia in questo conflitto, anche il quotidiano libanese Daily Star (di certo non un giornale vicino ad Assad), citando una non meglio definita fonte di un gruppo palestinese filo-siriano basato a Damasco (la notizia non è rafforzata da nessun’altra fonte però), afferma che tredici ufficiali francesi sarebbero stati catturati dall’esercito siriano e rinchiusi in un carcere nella regione di Homs, perché accusati di collaborare coi ribelli. Tra questi ci sarebbe un colonnello del servizio trasmissioni della DGSE (Direction générale de la sécurité extérieure). Queste informazioni erano state già parzialmente rivelate il 13 febbraio 2012 da Thierry Meyssan, durante un intervento sul primo canale della Televisione russa, e poi riprese in un articolo pubblicato il giorno successivo sulla «Komsomolskaya Pravda»; infine, in un video di Voltaire Network TV. Nell’armare la rivolta wahhabita e nel fornirle informazioni satellitari, la Francia avrebbe –sempre secondo Meyssan – dunque condotto una guerra segreta contro l’esercito siriano, che ha portato, in dieci mesi di combattimenti, all’uccisione di circa 3.000 militari e oltre 1.500 civili.

Cifre di un conflitto ben diverse da quelle che leggiamo quotidianamente sui nostri giornali. Quale sarà la verità? E la sapremo mai?

Di tutte le cose più sicure, la più certa è il dubbio.

Era l’estate del 2007, quando la multinazionale svizzera Nestlè otteneva la concessione dalla regione Sicilia di prelevare per la prima volta dalle sorgenti di Santo Stefano Quisquina, dalla fonte Margimuto, in provincia di Agrigento, acqua oligominerale (scoperta almeno 10 anni prima dalla Montedison) con caratteristiche pressoché perfette: l’acqua “Vera Santa Rosalia”. Per la precisione, il permesso consisteva nel permettere alla Nestlè di raggiungere, nell’arco di un quinquennio, la produzione di 250 milioni di litri.

In principio, alla popolazione locale sembrò una buona notizia che in una terra arida come la loro si fosse scoperto che dalle sue viscere potesse scorrere un’acqua gustosa, dissetante, gradevole e con un equilibrato contenuto di sali minerali. Perché finalmente, in tutta l’isola, i cittadini avrebbero potuto aprire i rubinetti anche per qualche ora ogni due giorni, a fronte di ciò che capitava in passato, quando quattro ore di acqua in diciotto giorni era il massimo consentito. E poi, non sarebbe stato più necessario bollirla per i consumi domestici e soprattutto sarebbe stata potabile.

La scelta di affidare la fornitura alla Nestlè, invece che agli enti pubblici, non è stata mai messa in discussione. L’unico timore delle istituzioni locali consisteva nella grande profondità degli scavi che le macchine della multinazionale avrebbero potuto effettuare, con il rischio di prosciugare troppo le vene sorgive. Una preoccupazione sollevata anche dall’allora deputato di Sinistra Democratica, Angelo Lomaglio, il quale denunciò al ministro dell’Ambiente la pericolosità dei prelevamenti acquiferi  e le conseguenze che un’ulteriore diminuzione della riserva potesse portare alla popolazione locale, non più in grado di approvvigionarsi e quindi costretta ad acquistare l’acqua.

In sostanza: ad Agrigento l’acqua non c’era, ma a pochi chilometri di distanza sì, e chi la voleva doveva pagarla (33 centesimi a bottiglia) alla Nestlè, perché l’unica, al contrario degli enti pubblici,  ad aver approfondito (e investito) i rilievi fatti dalla Montedison almeno dieci anni prima, che sostenevano la presenza dell’acqua. E tra gli investimenti che hanno reso possibile questa operazione c’è il rilevamento dello stabilimento della “Platani Rossino srl”, fondamentale per la distribuzione del prodotto, dal quale partirebbero  i tir diretti in tutte le zone dell’isola e del continente.

E infatti, nel frattempo, il margine di profitto aumenta, e nel 2009 la Nestlè avanza la richiesta alla Regione Sicilia di ottenere un’altra concessione per prelevare dalle stesse sorgenti altri 10 litri di acqua al secondo, in aggiunta ai 10 litri già acquisiti al momento della prima concessione nel 2007. Una richiesta che consentirebbe alla multinazionale di allargare la vendita su scala nazionale (e non solo nel meridione), ma che il Presidente della Regione Raffaele Lombardo decide di bloccare.

Immediatamente però, la Nestlè impugna la delibera regionale e nel 2011 il Tribunale Superiore delle Acque di Roma ne accoglie il ricorso, concedendo alla società di riaprire i termini della sua istanza presso l’Ente Minerario di Caltanissetta, da cui adesso si aspetta un parere definitivo sulla concessione dell’acqua. Un giudizio che il Sindaco di Santo Stefano Quisquina, Stefano Leto Barone, “teme positivo”, nonostante i numerosi studi geologici (che però risalgono ancora agli anni 80) sulla possibile incidenza che il costante prelievo d’acqua possa avere sugli equilibri idrogeologici del bacino, di per sé precari in un territorio fra i più assetati della Sicilia e dell’Italia.

Oltre al pericolo della diminuzione della riserva – che per logica dovrebbe essere gestita da un ente pubblico e non da un soggetto privato – a incombere sulla cittadinanza agrigentina  c’è il problema che in una buona parte delle case della provincia non sgorga quell’acqua purissima – che gli abitanti avrebbero tutto il diritto di usare – ma acqua imbevibile e inquinata che il gestore del servizio idrico della provincia di Agrigento (Girgenti Acque) spedisce nei rubinetti. Si tratterebbe – secondo l’agrigentino Salvatore Petrotto dal suo portale LinkSicilia –  “di acqua dissalata da un’azienda che fa capo allo stesso amministratore delegato della Girgenti, Marco Campione, il quale utilizzando i suoi personali impianti di dissalazione di Porto Empedocle, la vende ad un prezzo tre volte superiore rispetto a quanto costerebbe la pregiata acqua purissima delle sorgenti di Santo Stefano di Quisquina cedute alla Nestlè”. Un giro d’affari stellare che costringe i cittadini a usare l’acqua imbottigliata persino per cucinare. Spendendo, ovviamente, tre volte tanto. Quindi, oltre al danno anche la beffa.

Un’ingiustizia che ha fatto nascere un comitato di cittadini di Santo Stefano di Quisquina, il quale è fortemente intenzionato a difendere le sorgenti dall’ulteriore aggressione della multinazionale svizzera e dalla miopia dei governanti siciliani che l’hanno addirittura svenduta, accordando una concessione annua di alcune migliaia euro.

Se si pensa che la Nestlè vende 380 milioni di bottiglie d’acqua Vera per un giro d’affari di svariate decine di milioni di euro, l’ingiustizia diventa automaticamente vergognosa.

Intanto la Procura della Repubblica sta completando le indagini sugli affari poco chiari della Girgenti Acque, ma nonostante questo, la privatizzazione selvaggia dell’acqua continua senza ostacoli, come conferma l’intesa tra Ato idrico di Agrigento e Girgenti Acque firmata qualche settimana fa dal presidente della Provincia regionale di Agrigento, Eugenio D’Orsi. Un accordo che garantirebbe centinaia di milioni di euro dei finanziamenti europei alla solita Girgenti.

I referendum abrogativi dello scorso giugno hanno palesato quale sia l’opinione dei cittadini italiani sulla questione dell’acqua  e sulla sua gestione. Ora non resta che convincere con le buone (ma anche con le cattive) questa classe politica che l’acqua è un patrimonio di tutti e non un affare per pochi!

Droga e armi illegali che vengono trasportate con aerei dell’aeronautica militare afghana negli Stati Uniti e in Europa. Non è la trama di un film in stile American Gangster (peraltro tratto da una storia vera), ma il contenuto di due indagini parallele condotte dalle Autorità militare americana e dalla DEA (Dipartimento antidroga statunitense). Alla base di questi due procedimenti ci sarebbero fonti attendibili provenienti da ufficiali interni ed esterni all’aviazione militare afgana e da soldati della coalizione che lavorano con essa.

La notizia è stata riportata qualche tempo fa dall’autorevole quotidiano d’oltreoceano Wall Street Journal, il quale citando il Generale Daniel Bolger, comandante della missione Nato di addestramento in Afghanistan, “alcuni ufficiali dell’aeronautica afghana avrebbero usato gli aerei per trasportare droga (oppio) e armi non di proprietà del governo afghano, per l’uso di gruppi privati”.

E tra i velivoli utilizzati per il trasporto, oltre agli elicotteri militari di produzione russa, ci sarebbero anche aerei da trasporto italiani G-222 che Alenia (Finmeccanica) ha venduto, il 25 settembre 2009,  all’aeronautica afghana attraverso una triangolazione con gli Stati Uniti (volta ad aggirare la legge 185/90 che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra).

Il centro di smistamento principale di questo traffico sarebbe la rampa n.5 dell’aeroporto militare di Kabul, definita da un ufficiale Nato come “la stazione centrale delle attività illecite”: un’area dello scalo aereo fuori dalla competenza Nato dove di notte transitano velivoli militari afgani senza piani di volo.

Sempre secondo il Wall Street Journal sarebbe proprio la scoperta dei traffici illeciti alla rampa n.5 il movente della vicenda dello scorso 27 aprile, nella quale un colonnello dell’aviazione afgana, Ahmed Gul, uccise all’aeroporto di Kabul otto ufficiali dell’aeronautica militare USA e un civile. Una strage che all’epoca fu attribuita alla guerriglia islamica. Secondo un recentissimo rapporto Usaf, l’ufficiale afgano avrebbe eliminato i testimoni perché erano pronti ad accusarlo.

Già nel settembre del 2010 uscì una notizia – quella volta fu la Bbc a diffonderla – in cui si parlava di militari britannici e canadesi accusati di trasportare eroina in Europa sfruttando l’assenza di controllo sui voli militari di ritorno dal fronte afgano. A distanza di un anno e mezzo ancora niente è venuto a galla.

Che quest’ultima vicenda non confermi i sospetti dello storico McCoy, il quale afferma che il conflitto in Afghanistan sia servito principalmente per ripristinare un commercio di oppio che con il governo talebano era stato fortemente arginato? A questa domanda – da un articolo su Peacereporter di Enrico Piovesana – il direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa, ha implicitamente risposto dichiarando che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale nei momenti di crisi.

Carpe Diem

Avete presente quei film thriller in cui la polizia arriva sul luogo del delitto quando tutto è già accaduto e l’assassino ha avuto anche il tempo di prendersi un caffè prima di andarsene?

Bene, questa sensazione di fallimento, l’ho provata quest’estate nella città in cui vivo, Parma, quando quasi un migliaio di cittadini, indignati per la corrotta gestione comunale, si sono mobilitati per mesi davanti al municipio per chiedere a gran voce le dimissioni del Sindaco Vignali e della sua Giunta.

Mobilitazione sacrosanta, di fronte al giro di mazzette che gli assessori intascavano per gli appalti pubblici e al debito che il primo cittadino assieme alla sua squadra ha accumulato nei quattro anni di legislatura: quasi 600 milioni di euro sul bilancio comunale, dovuto a un indisciplinato controllo sulle operazioni da parte delle società partecipate.

Attirando a sé l’intero circo mediatico nazionale, il movimento dei cittadini ha poi giocato un ruolo fondamentale nelle tanto attese dimissioni che il Sindaco, asserragliato nel palazzo comunale, ha dovuto rassegnare alla fine del mese di settembre.

Ora, la missione è stata compiuta, Vignali e i suoi compagni sono stati deposti e al loro posto, in attesa delle elezioni in primavera, siede un commissario. La soddisfazione per la partecipazione attiva della Società Civile c’è, però, se si fosse arrivati prima, il Sindaco non avrebbe avuto nemmeno il tempo di prenderlo, un caffè.

“Per ottenere lavori ho sempre dovuto dare in cambio soldi e gioielli, ma anche assumere figli e parenti di chi gestiva le pratiche…” Queste sono le parole di Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore edile che la notte del 6 aprile 2009, al telefono con il cognato Gagliardi, rideva del terremoto dell’Aquila pregustando i ricchi affari che si sarebbero potuti fare in Abruzzo. Lo ha rivelato lui stesso qualche giorno fa ai magistrati romani che stanno indagando sui grandi eventi.

Le sue rivelazioni sono importanti perché fanno emergere la struttura del sistema di ripartizione degli appalti gestiti dal Provveditorato ai Lavori Pubblici: pagamento di tangenti, favori, regali preziosi, tutto destinato alle tasche degli alti funzionari e di personaggi che ricoprono, tuttora, incarichi di rilievo nei ministeri, in cambio della possibilità di aggiudicarsi i lavori di somma urgenza per il ripristino delle aree colpite.

Non che non fossi preparato  all’idea che dietro i fondi pubblici ci fosse del marcio (per carità, la mia memoria storica inizia con Tangentopoli), però, che proprio sulla ricostruzione dell’aree colpite da eventi “imprevedibili” di natura calamitosa, il meccanismo corrotto tra politica e imprenditoria prendesse forma e libertà, facendo leva sul decisivo peso della legislazione d’emergenza, non me l’aspettavo proprio! Infatti, la legge prevede che sia il dirigente o il funzionario responsabile del procedimento (in questo caso il funzionario del Provveditorato) a motivare l’imperiosa urgenza e ad attestare l’affidamento dei lavori all’impresa appaltatrice attraverso la trattativa privata e non con la gara d’appalto (come si legge nell’art. 24 comma 1 della legge quadro in materia di lavori pubblici).

Un business questo del disastro e della ricostruzione, figlio di decenni di politica ambientale basata sulla fatalità degli eventi naturali, sull’inesistenza della manutenzione programmata, sull’insufficiente prevenzione del territorio a rischio, sull’abusivismo e il condono, in un paese in cui la metà dei propri comuni non è in regola con le norme ambientali e l’altra metà presenta carenze infrastrutturali.  Questo è l’unico caso in cui curare è più vantaggioso che prevenire.

Non è una casualità che, qualche giorno fa, dalle pagine del quotidiano ligure Il Secolo XIX, spunti un rapporto aggiuntivo della Guardia di Finanza allegato al fascicolo in mano al pm Paola Calleri, in cui si parla di una lobby di imprenditori e funzionari del Provveditorato alle opere pubbliche di Lombardia e Liguria – già inquisita per corruzione, peraltro – interessata ad accaparrarsi i lavori urgenti “per il ripristino delle aree alluvionate”.

E non sembra una coincidenza nemmeno – come rimarcano le Fiamme Gialle – che il 4 novembre, giorno stesso del nubifragio sul capoluogo ligure, mentre in città morivano sei persone tra le quali quattro donne e due bambini e il fango esondato dai torrenti provocava milioni di danni, i titolari delle aziende coinvolte e i funzionari pubblici si incontravano a un tavolo di un ristorante per pranzare.

Pochi giorni dopo, i lavori più urgenti  saranno appaltati agli stessi imprenditori indagati.

Di che cosa avranno parlato?

Dopo i 281 si di ieri al Senato, oggi alla Camera il nuovo Governo Monti ha ottenuto una fiducia record. Perciò, le parole ‘equità’, ‘rigore’ e ‘crescita’ usate dal Presidente del Consiglio per riassumere il nuovo esecutivo hanno convinto davvero tutti: D’Alema, Bersani, Di Pietro, Casini, Fini e anche un insolito e come sempre assonnato Deputato Berlusconi, seduto in aula accanto ai suoi compagni di banco Alfano e Cicchitto. Tutti attenti alla lezione. A formare un bel quadretto da primo giorno di scuola.

E non poteva essere diversamente. In fondo, sono tanti anni che i nostri politici eseguono gli ordini impartiti dai piani alti. La differenza è che oggi queste entità d’alta quota si sono finalmente antropomorfizzate, sono scese in Parlamento, giurato sulla Costituzione e palesato pubblicamente la loro autorità, non solo sui cittadini, ma anche e soprattutto su chi ipocritamente recrimina di essere il legittimo rappresentante del nostro Stato.

Ma a cosa è dovuto cotanta fortuna di assistere a questo divino volere? Il motivo non sta nell’incapacità della nostra classe politica,  in tal caso i nostri tecnocrati sarebbero dovuti intervenire molto tempo prima; sta piuttosto nell’immagine dell’Italia a livello internazionale, lontana da quello stile liberal che conta e non solo nella forma: sobrietà, la scelta del tono giusto, il senso della responsabilità che una carica pubblica comporta. In parole povere, non essere i migliori amici di dittatori sanguinari come Putin, Lukashenko e Gheddafi, non raccontare barzellette, non organizzare orge in Palazzi di Stato e semplicemente non fare colazione con faccendieri e procacciatori di prostitute. Quest’ultima poi ai mercati non piace proprio.

E infatti, il Consiglio Europeo con il suo Presidente (eletto da chi?) Van Rompuy ha già pronta la soluzione: intervenire direttamente nei bilanci degli stati nazionali con la facoltà di sospendere il diritto di voto dei Paesi che non rispettano le raccomandazioni europee sulla disciplina fiscale, come la creazione di eurobond, intesi come uno strumento per rafforzare l’euro zona e combattere la crisi del debito. Una prima bozza del provvedimento sarà presentato ai primi di dicembre, per arrivare a un vero e proprio trattato da approvare a metà del 2012.

Dopo una giornata passata a consultarsi con le parti sociali e terminata a notte fonda in compagnia di Angelino Alfano, oggi, il nostro premier incaricato Mario Monti è salito al Colle e ha finalmente diramato i nomi dei ministri che formeranno la nuova squadra di governo.

A scorgere il listone si percepisce che si tratta di un esecutivo tecnico, nessun politico, nomi e cognomi sconosciuti alla maggioranza degli italiani, curriculum lunghissimi e zeppi di incarichi importanti e, a parte il giurista Balduzzi alla Sanità, tutte figure professionali che hanno esperienza nei dicasteri in cui sono stati eletti. E quasi c’è da meravigliarsi, abituati alle nomine berlusconiane.

Nonostante questo, non mi sento ancora di giudicare questo team moderato-cattolico-militare di larghissime intese capitanato dall’Uomo Coca Cola. Perché non mi piace andare a vedere il passato dei nuovi 17 ministri, sapendo che potrei trovare una Cancellieri al Viminale gradita al PdL e una Severini alla giustizia che fu in quota Udc, o ancora un Antonio Catricalà, ex presidente dell’Antitrust, come Sottosegretario alla Presidenza. E ho tralasciato volontariamente i vari banchieri. Preferisco aspettare la linea che prenderà nel prossimo futuro questo Governo, incaricato da Napolitano per ridare fiducia ai mercati, con i primi provvedimenti che serviranno a risanare i conti dello Stato, sperando che i sacrifici non li compiano solo i cittadini ma che, piuttosto, si vada a toccare settori in cui la spesa è mostruosa e non indispensabile. Quali? Ad esempio quello militare. Ah no, mi dimenticavo dell’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata agli Esteri e dell’Ammiraglio Giampaolo Di Paola alla Difesa.