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Era l’11 settembre 1973, quando le forze armate golpiste cilene guidate dal Generale Augusto Pinochet  entrarono alla Moneda e rovesciarono il governo di Salvador Allende, presidente eletto democraticamente tre anni prima e rimasto ucciso durante il colpo di stato in circostanze, tutt’oggi, poco chiare. Successivamente la giunta militare instaurò un governo che rimase al potere, tra omicidi, torture e deportazioni di massa ben 17 anni.

Il ruolo degli Stati Uniti nel colpo di stato rimane una questione controversa. Documenti declassificati durante l’amministrazione Clinton mostrano che il governo degli Stati Uniti e la CIA avevano cercato di rovesciare Allende nel 1970, immediatamente dopo la sua elezione.
Del resto, Henri Kissinger parlò chiaramente circa l’elezione di Allende in Cile: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.”
La verità non siamo ancora in grado di saperla e forse non la sapremo mai, di certo, i poteri forti economici e finanziari (statunitensi ma non solo) per imporre le proprie regole e tutelare i propri interessi sono pronti a tutto, anche a distruggere velocemente e capillarmente le istituzioni democratiche sostituendole con il dominio militare, come accadde nel caso cileno. Figuriamoci se non sono in grado di scatenare un massiccio attacco speculativo a un governo instabile e poco credibile occupando i ministeri chiave e prendendo di fatto in mano le redini di un Paese.

Questo è il domandone su cui si sta cercando di dare una risposta in questi giorni novembrini di scirocco e fango. Giorni, figli delle quasi dimissioni certe di un Berlusconi sempre più solo, e nero in volto. Nero come il mercoledì appena passato a Piazza Affari con lo spread che raggiunge la quota record di 552 punti base, e la Bce che chiede al nostro paese al più presto misure che garantiscano crescita e stabilità a fronte di un debito pubblico che impenna inesorabilmente i tassi per rinnovare i nostri debiti. Come ha sottolineato qualche giorno fa il Prof. Marco Onado sul fatto Quotidiano, questi aumenti dei tassi per le banche, “sono dannosi quanto per le casse statali. Da un lato le banche devono accantonare più patrimonio per fronteggiare le perdite potenziali sul debito pubblico e su quello privato che subisce gli effetti dei downgrading. Dall’altro, vedono aumentare i costi della raccolta sul mercato obbligazionario e interbancario, perché gli spread bancari si muovono parallelamente a quelli del debito pubblico”. Il risultato (e comprendo se non lo abbiate capito), andatelo a chiedere a imprenditori, impiegati, liberi professionisti, operai, disoccupati che entrano in banca per chiedere un prestito (scusate, ai disoccupati  non gli viene offerto nessun finanziamento).Il risultato dicevo (scusate la ripetizione), sono tassi annui effettivi che possono variare, in alcuni casi, dall’11% a oltre il 13%. Una situazione che è destinata a durare, o a peggiorare, se non si daranno presto segnali convincenti ai mercati e  che avrà conseguenze pesanti sulla redditività per chi, come nel caso degli alluvionati liguri e lunigianesi, sarà costretto a indebitarsi comunque per continuare a lavorare.
Ma di questo ai nostri governanti, caldi di poltrona, non interessa, hanno troppo da pensare al loro tornaconto personale per guardare oltre. Infatti, se ci sarà un governo tecnico come suggerisce la nomina di senatore a vita a l’economista Mario Monti, quello per intenderci che è stato Presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger, sarà approvato in tempi brevi il Decreto Sviluppo  firmato da Tremonti pochi giorni fa e denominato già “lacrime e sangue”, con il PD che potrà dedicarsi finalmente al totoministri. Nel caso, ormai poco probabile, di elezioni anticipate, ci ritroveremo con l’intramontabile tormento di scegliere tra andare a votare sapendo di una legge elettorale che chi la fece non si vergognò a definirla porcata, e non andarci, cercando di dimenticare la lezione dei nostri nonni che combatterono, e tanti persero la vita, per la democrazia.

Sono le 20 ed è tutto pronto al San Paolo. Sessantamila spettatori venuti a godersi una delle partite più belle del campionato, di fronte due squadre che si giocano già una parte di scudetto all’undicesima giornata di andata. Il terreno di gioco è pesante a causa della pioggia battente caduta durante tutta la giornata sul quartiere Fuorigrotta, e che non ne vuole sapere di smettere, non curante della sfida, che è, come dice Conte, “la più importante di tutta la stagione”. I fatti tragici della settimana passata, che raccontano di una Liguria in lutto inondata dall’acqua e dal fango, non hanno convinto la Prefettura, l’Amministrazione e la Lega Calcio a rinviare la partita. “The show must go on” cantavano i Pink Floyd nel 1979 nel mitico album “The Wall”, e il calcio di oggi non può davvero sottrarsi a questa capitalistica espressione.

Sono passati 45 minuti, la pioggia non cessa e i giocatori sono già entrati in campo, i due capitani si stringono la mano ripresi da centinaia di telecamere. Sugli spalti però corre voce che alcuni tifosi partenopei sono rimasti intrappolati dall’acqua in un sottopasso del San Paolo, che, da fuori, porta al primo anello della curva. La partita incomincia e Cavani è subito pericoloso, ma in tribuna inizia a diffondersi il panico, si parla di una decina di persone coinvolte nell’inondazione, tra le quali ci sarebbero anche dei bambini. Matri intanto va vicinissimo al gol su verticalizzazione di Vucinic. A questo punto però mi chiedo quale cronaca io ora debba narrare: se di una partita di calcio, che ha il senso di esistere solo per la gioia dei suoi tifosi, o di chi sta lottando per la vita contro la forza distruttrice dell’acqua, mentre in mente ho le immagini strazianti di due giorni fa di Corso Sardegna a Genova. Preferirei la prima se non fosse la causa della seconda.

Rieccomi

Sono passati più di due anni da quando non scrivo più su questo blog. Nato da un’idea del mio professore all’Università Alfonso, questo spazio fungeva soprattutto come un libro di esercizi in cui confrontarsi con i miei compagni di corso su argomenti che riguardano l’informatica applicata al giornalismo. Uno scopo prettamente scolastico. Oggi, 8 novembre, ho deciso di rientraci di nuovo, la funzione rimane pressapoco la stessa, con la differenza che da ora gli argomenti trattati li sceglierò io e chi vorrà partecipare alle conversazioni. Nel gigantesco e infinito mondo di internet aprire un blog può significare rimanere totalmente isolati, un po’ come succede con il classico diario personale, o invece essere letti e commentati da tantissime persone. Per ora non ho idea di cosa mi piacerebbe di più tra le due ipotesi, sarà il tempo a deciderlo. Io intanto scrivo, per me e per qualcuno, per voi e per nessuno.

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Da Punto Informatico diffondo la seguente lettera aperta dell’Istituto dell’Innovazione rivolta ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari del Senato inerente il percorso legislativo del controverso disegno di legge sulle intercettazioni ed in particolare dell’emendamento sul diritto di rettifica già discusso su queste pagine.

Ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari

Senato della Repubblica

ROMA

Egregio Presidente,
il ddl 1415A approvato alla Camera dei Deputati l’11 giugno u.s. ha, da più parti, sollevato numerosi dubbi e perplessità in ordine alla sua legittimità costituzionale e, più in generale, all’opportunità degli interventi normativi che, attraverso esso, si intendono realizzare.

Vi è, tuttavia, un profilo, sin qui, rimasto nell’ombra e poco approfondito nei dibattiti di questi giorni: si tratta del contenuto del comma 28 dell’art. 1, la cui infelice formulazione – ammesso anche che tale non fosse l’effettiva volontà del suo estensore – rischia di determinare un’inammissibile limitazione della libertà di manifestazione del pensiero in Rete che spingerebbe, rapidamente, l’Italia in una posizione ancor più arretrata di quella che attualmente occupa (è quarantaquattresima*) nelle classifiche internazionali sulla libertà di informazione.

La citata previsione, infatti, sembrerebbe assoggettare il responsabile di qualsiasi “sito informatico” allo stesso obbligo di rettifica che la Legge sulla stampa (n. 47 dell’8 febbraio 1948) pone a carico del direttore responsabile delle testate giornalistiche.

L’omesso adempimento a detto obbligo entro 48 ore – esattamente come accade nel caso di una testata giornalistica – comporterebbe per il responsabile del sito informatico la condanna ad una sanzione pecuniaria fino a 25 milioni di vecchie lire.

Come comprenderà, tuttavia, non si può esigere da chi fa informazione on-line in modo non professionistico l’adempimento ad un obbligo tanto stringente quale quello di provvedere alla rettifica di ogni inesattezza eventualmente pubblicata sul proprio sito informatico e, egualmente, non si può pretendere che a ciò provvedano i responsabili di siti informatici che ospitano contenuti pubblicati da soggetti terzi.

Difficoltà facilmente intuibili di ordine tecnico, organizzativo ed economico, infatti, ostano al puntuale adempimento ad un simile obbligo ed esporrebbero, pertanto, in modo pressoché automatico, i responsabili dei “siti informatici” al rischio di vedersi irrogare sanzioni pecuniarie che, nella più parte dei casi, appaiono idonee a determinare l’immediata cessazione di ogni attività di informazione on-line.

La Rete costituisce il primo mezzo di comunicazione di massa nella storia dell’uomo capace di dare concreta attuazione alla libertà di manifestazione del pensiero e la possibilità di utilizzarla è stata di recente definita dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Costituzionale francese – sebbene sotto profili diversi – un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino.

A quanto precede deve essere aggiunto che l’istituto della rettifica – già anacronistico ed inefficace nel mondo dei media tradizionali – risulta privo di ogni utilità nel contesto telematico nell’ambito dei quale ciascuno è – salvo casi eccezionali – sempre libero di contrapporre ad un’informazione, un’altra informazione di segno opposto ed idonea, come tale, a rettificare quella originaria senza l’esigenza di alcuna collaborazione da parte dell’autore di quest’ultima.

Alla luce delle brevi considerazioni che precedono, pertanto, Le chiediamo di presentare e votare – non appena il ddl 1415A approderà al Senato – un emendamento idoneo a chiarire che l’obbligo di rettifica di cui al comma 28 dell’art. 1 del DDL c.d. Intercettazioni deve applicarsi esclusivamente ai siti informatici di testate telematiche soggette all’obbligo di registrazione alla stregua di quanto disposto dalla Legge n. 47 dell’8 febbraio 1948 ovvero ai soli siti internet attraverso i quali vengono diffuse informazioni prodotte nell’ambito di un processo professionale realizzato nell’ambito di una struttura imprenditoriale e redazionale.

In assenza di tale intervento, il Senato della Repubblica, si assumerà la responsabilità – da condividere con il Governo e con quanti alla Camera dei Deputati hanno votato a favore del ddl in questione – di aver contribuito a scrivere una delle pagine più buie della storia moderna di un Paese che, come il nostro, ambisce a considerarsi democratico: quella attraverso cui si saranno privati i cittadini italiani dell’utilizzo di uno strumento che avrebbe, invece, loro potuto restituire l’esercizio effettivo di quella libertà di manifestazione del pensiero che la nostra Corte Costituzionale ha già definito “pietra miliare di ogni ordinamento democratico”.

Augurandoci che vorrà sottrarre il Senato della Repubblica a tale responsabilità e che pertanto darà seguito alla nostra richiesta, Le porgiamo i nostri più cordiali saluti,

Istituto per le Politiche dell’Innovazione.

*A me risulta ancora peggiore la situazione.

Global press freedom 2009

Global press freedom 2009

“Situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e privati”. Lo afferma in un rapporto Freedom House, un’organizzazione non-profit e indipendente fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo, la cui prima presidente fu la first lady Eleanor Roosevelt. L’Italia infatti è l’unico paese europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei “paesi con stampa libera” a quella dei paesi dove la libertà  è “parziale”.

Nella tradizionale classifica annuale di Freedom House l’Italia è  infatti al 73° posto, addirittura dietro a paesi che non hanno democrazie consolidate come la nostra come Ghana, Namibia, Jamaica e Trinidad e Tobago e dobbiamo stare attenti il prossimo anno dall’avvicinamento di Tonga e Hong Kong visto che se passerà la legge anti-internet, il nostro caro paese sarà costretto a scendere ulteriormente sperando di non raggiungere stati dove la libertà di stampa proprio non esiste come la Corea del nord, Cuba, la Birmania, l’Eritrea e il Turkmenistan.

Il problema principale dell’Italia è secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio, è Berlusconi. “Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione dei mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida”, spiega. Altri fattori: l’abuso di denuncie per diffamazione contro i giornalisti e l’escalation di intimidazioni fisiche da parte del crimine organizzato.

Il Web è l’unica risorsa possibile per la libera informazione. Non aspettiamo una prossima classifica. Diffondiamo questo documento e contribuiamo alla petizione contro il diritto di rettifica per tutti i siti informatici.

Non sarà facile la sopravvivenza per i blog italiani se il disegno di legge in materia di intercettazioni approvato alla Camera giovedì passerà anche al Senato. Non si sà se basterà questa volta la passione a indurre i protagonisti del cosidetto web 2.0  a resistere a tale aggressione. Una cosa è certa, c’ è un paladino della giustizia pronto a combattere contro i despoti del nuovo millennio. Il suo nome è il blogger con gli stivali!Partecipa anche tu!!!

http://www.facebook.com/salvaiblog

 

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