“Per ottenere lavori ho sempre dovuto dare in cambio soldi e gioielli, ma anche assumere figli e parenti di chi gestiva le pratiche…” Queste sono le parole di Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore edile che la notte del 6 aprile 2009, al telefono con il cognato Gagliardi, rideva del terremoto dell’Aquila pregustando i ricchi affari che si sarebbero potuti fare in Abruzzo. Lo ha rivelato lui stesso qualche giorno fa ai magistrati romani che stanno indagando sui grandi eventi.
Le sue rivelazioni sono importanti perché fanno emergere la struttura del sistema di ripartizione degli appalti gestiti dal Provveditorato ai Lavori Pubblici: pagamento di tangenti, favori, regali preziosi, tutto destinato alle tasche degli alti funzionari e di personaggi che ricoprono, tuttora, incarichi di rilievo nei ministeri, in cambio della possibilità di aggiudicarsi i lavori di somma urgenza per il ripristino delle aree colpite.
Non che non fossi preparato all’idea che dietro i fondi pubblici ci fosse del marcio (per carità, la mia memoria storica inizia con Tangentopoli), però, che proprio sulla ricostruzione dell’aree colpite da eventi “imprevedibili” di natura calamitosa, il meccanismo corrotto tra politica e imprenditoria prendesse forma e libertà, facendo leva sul decisivo peso della legislazione d’emergenza, non me l’aspettavo proprio! Infatti, la legge prevede che sia il dirigente o il funzionario responsabile del procedimento (in questo caso il funzionario del Provveditorato) a motivare l’imperiosa urgenza e ad attestare l’affidamento dei lavori all’impresa appaltatrice attraverso la trattativa privata e non con la gara d’appalto (come si legge nell’art. 24 comma 1 della legge quadro in materia di lavori pubblici).
Un business questo del disastro e della ricostruzione, figlio di decenni di politica ambientale basata sulla fatalità degli eventi naturali, sull’inesistenza della manutenzione programmata, sull’insufficiente prevenzione del territorio a rischio, sull’abusivismo e il condono, in un paese in cui la metà dei propri comuni non è in regola con le norme ambientali e l’altra metà presenta carenze infrastrutturali. Questo è l’unico caso in cui curare è più vantaggioso che prevenire.
Non è una casualità che, qualche giorno fa, dalle pagine del quotidiano ligure Il Secolo XIX, spunti un rapporto aggiuntivo della Guardia di Finanza allegato al fascicolo in mano al pm Paola Calleri, in cui si parla di una lobby di imprenditori e funzionari del Provveditorato alle opere pubbliche di Lombardia e Liguria – già inquisita per corruzione, peraltro – interessata ad accaparrarsi i lavori urgenti “per il ripristino delle aree alluvionate”.
E non sembra una coincidenza nemmeno – come rimarcano le Fiamme Gialle – che il 4 novembre, giorno stesso del nubifragio sul capoluogo ligure, mentre in città morivano sei persone tra le quali quattro donne e due bambini e il fango esondato dai torrenti provocava milioni di danni, i titolari delle aziende coinvolte e i funzionari pubblici si incontravano a un tavolo di un ristorante per pranzare.
Pochi giorni dopo, i lavori più urgenti saranno appaltati agli stessi imprenditori indagati.
Di che cosa avranno parlato?